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il segno ritrovato  
     
Luciano Fiannacca - Giovedì 10 gennaio 2019 ore 18.30 - Amy-d Arte Spazio Via Lovanio 6 | Milano  
Luciano Fiannacca
il segno ritrovato
a cura di Elisabetta Longari
inaugurazione
Giovedì 10 gennaio 2019
ore 18.30
dal 10 al 16 gennaio 2019
Amy-d Arte Spazio Via Lovanio 6 | Milano MM2 Moscova Tel. +3902654872 info@amyd.it - www.amyd.it
lun./ven. 10-13 e 15-19, sab. e festivi su richiesta

La pittura come destino
Elisabetta Longari

Il grado di famigliarità di queste opere tra di loro è alto, testimoniato, oltre che dall’evidente omogeneità dei materiali e dei colori, anche dalla continuità “letteraria” dei loro titoli, che, se letti in successione, compongono una specie di lirica. Fiannacca non è tanto prolifero nella scrittura quanto nella pittura, ma quando scrive le sue immagini hanno la trasparenza oscura di un rubino nell’ombra, proprio come il rosso che egli predilige per le sue composizioni, un colore che trattiene nella sua trasparenza sonorità cupe di vino vecchio.
Ma non si pensi erroneamente a una compromissione della pittura di Fiannacca con la letteratura: il suo sguardo è piuttosto rivolto all’immanenza della pittura; i suoi dipinti, decantati, perentori, perfino severi, sono completamente privi di compiacimento. E i suoi rari scritti sono evidentemente orientati alla pittura, vertono sulla sua pratica e sono carichi di gesti pittorici. Si vedano le interessanti considerazioni che l’autore svolge a proposito della materia, tiranna, a volte nemica e, quando funziona, alleata, durante il processo operativo: “La materia ti prende, ti costringe a mediare, devi conoscerla, frequentarla, fartela amica, esaltarne le qualità per potertene liberare, esserle fedele per poterla tradire, renderla cosciente di sé, presente ma "invisibile"”. Lo stesso scritto contiene anche alcune affermazioni che legittimano il rimando alla sfera musicale, che è stato avanzato insistentemente da quasi tutti i critici impegnati nell’interpretazione della sua pittura: “La materia ti circonda, […], devi solo prenderla e farla cantare, infinità di suoni, di ritmi, di toni, di timbri, di accenti e di pause. Ecco la scommessa del pittore: trasformare ciò che puoi toccare, prendere, in inafferrabile, la materia in musica.” Un altro testo significativo e particolarmente utile alla comprensione della poetica di Fiannacca è Ho visto pittori…, che più di qualsiasi altro scritto rappresenta l’apoteosi del primato visivo, mentre afferma con decisione la supremazia del rapporto materiale, fisico, con gli strumenti e i mezzi su ogni altro aspetto.
La pittura è il centro del mondo, il vortice dell’azione e della trasformazione.
Immagino Fiannacca mentre affronta pacato la superficie, la interroga, vi si specchia e vi vede riflesso ogni quadro della storia dell’arte. Ogni tela bianca, ogni superficie in cui l’artista individua un campo di forze, date principalmente dalle caratteristiche materiali del supporto, è uno spazio in cui, pur addensandosi tutta la storia dell’arte, Fiannacca agisce sempre come se fosse la prima volta. C’è un che di archetipico e fondativo nel gesto pittorico, soprattutto se sottratto alla logica della rappresentazione. Si tratta di dare testimonianza del potere di rigenerazione della superficie che ha il pittore una volta che sappia sfruttare a proprio vantaggio il rumore di fondo dei secoli che risuona nello spazio della tela bianca, carica di ogni possibilità e proprio perciò a rischio di produrre un effetto di dejà vue collocandosi sul limite di un abisso di noia. A Fiannaca non interessa azzerare, anzi egli utilizza come carburante la lunga storia della pittura, metabolizzandola nel profondo, giocando una partita severa e lontana da ogni appiglio anche soltanto vagamente citazionista. Tutta la storia della pittura è da lui “dimenticata a memoria”, per dirla con una felice formula di Agnetti.
Chissà perché adesso penso a La Madonna del parto di Piero della Francesca e vengo vinta dalla tentazione di leggerne l’iconografia come se fosse un’allegoria della pittura, dea cui Fiannacca porta una devozione assoluta e antica, la stessa che fu anche di Cèzanne. Un apostolato, un rapporto esclusivo, un’area di ricerca continua che porta a non temere i cambiamenti, anzi, a salutarli come un procedere vitale. Mercuriale ma ponderato. Niente colpi di testa: “Passo anche ore davanti alle mie tele a pensare e ripensare prima di decidere dove mettere un determinato colore, quanto spazio deve contestualmente avere la sua campitura, quale peso o densità deve possedere, quale direzione deve avere la sua traccia pittorica…”.
La sua pittura è fatta di colore, e del gesto che lo applica, che da diverso tempo a questa parte ha perso in turbolenza per assestarsi in larghe e corte pennellate oblique e parallele, dall’andamento binario, che si rispondono l’una all’altra, che costituiscono l’una l’eco, l’ombra, il doppio dell’altra. Queste le note principali che creano il ritmo delle superfici di Fiannacca. Come il pittore protagonista dell’episodio di New York Story firmato da Martin Scorsese dal titolo Lezioni di vero, il pittore Lionel Dobie interpretato da Nick Nolte, che incarna tutta la tradizione dell’espressionismo astratto americano, e, come tanti altri artisti, tra cui Mondrian con il suo irrinunciabile jazz, Fiannacca dipinge con l’aiuto della sinestesia in cui la musica è parte essenziale del rituale, al punto da spingerlo a intitolare alcuni dipinti degli anni novanta con i titoli dei brani ascoltati durante la loro realizzazione. L’improvvisazione è però contenuta, l’esplorazione avviene in modo essenziale ed ermetico, anche se non manca una sorta di esuberanza controllata, che nasce dalla risposta ponderata all’ascolto degli avvenimenti interni al campo pittorico. Apprendere dal dipingere, dal processo stesso, il passo successivo; non prevedibile. Come la danza della vita.
La tattilità del legno impiegata come elemento carnale e strutturale, era già stata utilizzata da Fiannacca verso la metà degli anni settanta. Dunque questo ciclo rappresenta un ritorno al legno, alle sue venature, al alla sua natura organica viva e portatrice del senso di trasformazione. A volte, nonostante l’ordine generale di ispirazione latamente geometrica delle composizioni, è evidente un certo brutalismo, soprattutto nella pelle scabra delle cortecce a cui il colore si aggrappa con fatica. Si vedano in particolare opere quali La porta verso il buio… e Sempre lo stesso incontro… , il cui titolo con buona probabilità allude alla pratica instancabile del pittore, che consiste nel mettersi di fronte alla superficie, a qualsiasi superficie che venga da lui percepita come un campo di energia attiva, dunque anche e specialmente quella accidentata del legno di recupero, e pensarla, agirla, viverla come spazio pittorico già connotato di un sistema di segni naturali. Probabilmente è proprio a questa mappatura che si riferisce quel segno ritrovato di cui parla il titolo della mostra.


 
   
   
   
Elisabetta Longari