I temi religiosi nell’opera di Luigi De Giovanni

I temi religiosi nell’opera di Luigi De Giovanni

Dipingere è interpretare il proprio modo di concepire il reale e l’irreale ma soprattutto la vita, le idee, la storia: il proprio Io. Luigi De Giovanni segue i suoi pensieri influenzato da quell’inconscio che rende vivi il Genius dei luoghi e l’humus che l’ha nutrito da sempre. La sua pittura, istintiva ed efficace, è capace di donarci atmosfere: di donarci sensazioni che riportano a un profondo studio e a esperienze di vita. Il suo modo d’intendere la pittura è ben evidente in tutte le sue opere, ed è nei temi a carattere religioso che si esalta di una profonda spiritualità. I temi religiosi potrebbero sembrare lontani dal suo modo d’essere invece è anche in questi che ritrova l’essenza spirituale della vita e di tutto il creato: l’essenza della natura che non mente mai. Il suo rovello, legato al significato del vivere e originato da un atteggiamento introspettivo, lo porta ad indagare e dare forma pittorica alle sue concezioni che lo inducono alla ricerca sino a fargli trovare le tracce dell’invisibile e del suo Io. Lo studio attento degli argomenti è per lui un calarsi nei significati per donarli in forma pittorica dove le combinazioni di proposizioni descrittive, fatte da colori e da pennellate sapienti, danno racconti precisi. Ogni volta che si cimenta in questi soggetti, trovare i modelli spontanei, non artefatti dal mestiere, per lui è fondamentale perché ricerca in loro i concetti che ha ben chiari nelle sue idee, per questo preferisce rivolgersi ad amici, di cui conosce il pensiero e l’agire. Come sempre prima d’iniziare l’opera studia a lungo il soggetto. Così alle opere è riuscito sempre a dare pathos e spiritualità. 

Conoscendo l’artista, passionale, che abbraccia le idee in cui crede sostenendole in tutti i modi, ci si potrebbe sorprendere nello scoprire che ha realizzato parecchie opere a carattere religioso ed è di queste che voglio parlare in questa mia breve riflessione.  

Conoscendo le opere realizzate partirei ricordando un intenso dipinto sul pensieroso “Gesù al pozzo”, per cui ha posato un amico dell’artista. Nel dipinto, che si trova nella collezione di una famiglia del suo paese, ha voluto far emergere l’animo e l’essenza della parabola. Infatti, nelle pennellate che hanno accompagnato i pensieri segnando percorsi di colore, emergono gli elementi che fanno della richiesta d’acqua, dissetante spirituale, il racconto biblico: viatico per l’eternità. Gesù che si è fatto Uomo è il tema di un suo autoritratto, fatto davanti ad uno specchio, dove i turbamenti del Figlio, fatti anche di debolezze e paure umane, diventano universali cioè di tutti gli uomini che vivono la vita fra fede e debolezze come una continua ricerca di certezze. Per l’opera intitolata, “Gesù nell’orto degli ulivi – Passi da me questo calice”, dopo un attento studio e dopo essersi vestito in modo coerente al tema e al tempo, si posizionò davanti allo specchio realizzando uno dei suoi tanti autoritratti di una profonda spiritualità. 1989 l’opera venne presentata in una collettiva sulla vita di Gesù, tenutasi alla Cripta San Domenico a Cagliari. Non passò inosservata, infatti suscitò animate discussioni e critiche perché alcuni artisti non riconoscevano le fattezze di Gesù in quella meravigliosa opera. Quel giorno io chiesi loro se avessero mai visto Gesù in carne e ossa per essere così certi della non somiglianza. Precisai anche che io non lo avevo mai visto se non in interpretazioni pittoriche o nell’idea che dà la Sacra Sindone. Loro sostennero che era sempre stato rappresentato con dei canoni precisi ma io continuai a sostenere il fatto che l’unica cosa certa era che Gesù si era fatto uomo. Non uomo bruno, biondo, rosso, bianco, giallo oppure olivastro di colore, come sarebbe facile dedurre visto i luoghi in cui è cresciuto, ma si era fatto Uomo con tutte le paure e le sofferenze dell’uomo. Insomma quell’autoritratto allo specchio veniva avvertito come un dileggio mentre De Giovanni voleva solo dire che Gesù si era fatto uomo con le titubanze e le sofferenze dell’uomo e le sue esitazioni umane erano descritte nelle espressioni del volto mentre il calice, che si presentava nelle sue trasparenze, era una richiesta accorata al Padre e simboleggiava le parole e il senso di angoscia e dolore e dell’imminente sacrificio Pasquale di Gesù. 

Io posai per “Maria di Magdala al Santo Sepolcro” e faticai tanto ad interpretare lo stato d’animo di dolore e meraviglia davanti ad una pietra smossa e al sepolcro vuoto. Impiegai più giorni per calarmi nella parte e cercare di assumere, scenicamente, i sentimenti e gli atteggiamenti richiesti dal momento rappresentato. Mi pareva di avvertire le pennellate che scavavano le mie guance sino a far sgorgare l’immenso dolore e la speranza nella risurrezione che doveva essere lo stato d’animo di Maria di Magdala. La prima volta che l’opera andò in mostra venne venduta senza discussione di prezzo. Quella volta accusai Luigi de Giovanni d’avermi svenduta per vile danaro. Ora sono contenta d’immaginare l’opera “Maria di Magdala” sistemata proprio sopra la testata del letto, come d’uso per le opere a tema religioso, a guardare l’amore fra i coniugi quasi a preservarlo dalle cattiverie. Le esitazioni erano evidenti nell’impegno di una nostra cara amica, che volentieri posava per i nudi dove la poesia e la dolcezza del corpo femminile emergeva in tutta la sua bellezza. Lei, che in genere era spontanea e serena, impiegò tanti giorni per calarsi nel tema e interpretare sensazioni che potessero consentire al maestro De Giovanni di realizzare l’opera “Tentazioni mistiche – Maria la Madre di Gesù”. L’opera era sintetizzata nel viso che esprimeva umanità, umiltà, accettazione, grandezza e soprattutto nobiltà d’animo. Nell’opera le pennellate rapide raccontano tutta l’interiorità d’una madre, cosciente del suo ruolo divino, che, ubbidiente, accetta umilmente il suo alto compito e l’immane dolore che ne conseguirà. In quest’opera la Madonna è rappresentata divina, ieratica ma soprattutto madre e donna che ha affrontato con fede il suo dolorosissimo compito: come, appunto, la figura di Maria madre di tutti che attraversa il tempo incorrotta, inscalfibile. Nel 1989 dipinse un San Pantaleo. Posare non era certo un compito facile perché bisognava calarsi profondamente nel racconto del santo, nella sua psicologia, nei suoi tormenti: nei simboli che lo caratterizzavano. L’artista, essendo stato invitato dal comune di Dolianova a fare una mostra in occasione delle celebrazioni dei settecentocinquanta anni dalla consacrazione della Cattedrale di San Pantaleo, donò l’opera alla parrocchia: dove tuttora si trova.  L’opera venne consegnata durante l’offertorio all’arcivescovo metropolita Monsignor Pietro Ottorino Alberti che l’apprezzò esprimendo giudizi positivi. 

L’essenza delle sue opere a carattere religioso la troviamo in “Tracce di fede” una mostra con installazione dove, sfuggendo l’iconografia della figura umana si rivolge ai simboli degli eventi. Libero quindi da gabbie mentali che ci donano le figure come in un palcoscenico, calandosi nei testi, l’artista ha voluto descrivere l’essenzialità del messaggio Biblico. Usa l’astrazione per donare le crude sensazioni del Golgota. Crocifissione violenta, insanguinata e dolorosa che evidenzia le sensazioni terribili di un Uomo sofferente e titubante che accetta il suo compito per la salvezza dell’umanità.  Nelle opere gli schizzi di grumi di sangue avvolgono l’essenza umana di Gesù morente: Figlio, Padre e Spirito Santo. Tre croci di dolore due di peccatori, uno pentito e perdonato, una di speranza, misericordia e salvezza. Tracce di fede è quindi un concentrato di segni e colori drammatici e di sensazioni che ogni uomo dovrebbe conservare nel proprio cuore, nell’agire quotidiano e nella speranza del perdono e della salvezza. L’artista con queste opere ha voluto denunciare la scelleratezza dell’apparenza che genera il deserto negli animi umani, per rifugiarsi nel significato dell’essere che conduce al messaggio di Gesù. La sintesi del racconto pittorico porta a collegare le emozioni dell’uomo artista ai significati dati da segni e colore che fan giungere al suo intento spirituale che si manifesta in “Tracce di fede”. Oggi voglio chiudere qui questa mia riflessione che mi fa riconoscere nell’artista De Giovanni un uomo ricco di sensibilità che, sfuggendo alle apparenze, ricerca i valori semplici dell’essere che portano ad evitare i rifulgenti palcoscenici per ritrovare i valori dell’interiorità e dell’armonia del vivere nella pace.        Di Federica Murgia

Specchia 31/ 12/ 2025    

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